CONFINI

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C’è una risposta che negli ultimi mesi ha provato ad arginare le paure, i disordini e i vacillamenti del Vecchio Continente, è quel “chiudere le frontiere” che ha occupato tante volte le pagine più allarmanti della storia politica che questa parte di Occidente si è trovato a gestire di volta in volta per far fronte alle nuove ondate migratorie, alla minaccia del terrorismo, alle morti, dall’una e dall’altra parte. “Chiudere le frontiere” è un atto, a volte necessario, di difesa che contiene in sé germi di un atto di attacco, alla libertà, all’immaginazione, alla scoperta. “Chiudere le frontiere” significa nessuno entra e nessuno esce. Significa togliere anziché mettere, significa frenare. Gli ispessimenti dei confini più crescono e più tolgono spazio a qualcosa o a qualcuno. È per questo forse che quella scelta protettiva dettata dalla necessità di preservare, in realtà d’istinto ci comunica minaccia, ci fa paura. E poi c’è un altro problema: se a volte le frontiere sono definite e si possono bloccare, in altri casi no, lo abbiamo scoperto sulla pelle di milioni di migranti che hanno provato a raggiungere l’Europa attraverso il mare e hanno trovato l’Italia, nazione con la maggior parte del proprio perimetro impossibilitato ad erigere frontiere.
L’Italia non è strutturata per chiudere le frontiere ed è innegabile che la sua speciale conformazione e collocazione ne abbiano determinato il carattere culturale. Tutta la storia italiana, a pensarci, ha a che fare con una questione di frontiere non chiudibili. Ma come c’entra, o potrebbe, o dovrebbe c’entrare questo col design? Molto. Ecco perché.
La prima ragione è che la cultura italiana ha ereditato da questa speciale conformazione – che ironicamente sembra che abbiamo scoperto solo recentemente attraverso la cronaca degli ultimi mesi – un’apertura, un’abitudine all’accoglienza e alla commistione, allo sconfinamento anche disciplinare che non conosce pari in Europa. I nostri rituali forti si sono incrociati con le pratiche più o meno effimere con cui sono venuti in contatto e la forza del loro radicamento ha concesso dolci ibridazioni. È successo nel cibo, è successo nella moda, sta succedendo nelle abitudini legate all’abitare e deve succedere anche accogliendo le trasformazioni della nuova società digitale, se questa non ignorerà le ragioni del territorio sul quale va a innestarsi. Il design, altrettanto, è una materia generosa ad accogliere professionisti eterodossi, laici, nuovi adepti, cultori di passaggio e a mischiarsi con culture di passaggio: il valore della sua storia dorata deve garantire una resistenza nel cambiamento non un resistenza di piombo al cambiamento.
La seconda ragione è in questo essere dell’Italia tutta un porto, costituire un passaggio, un varco. Il design italiano potrebbe essere un interlocutore vitale e indispensabile per un mondo del progetto internazionale che qui trovi esperienze, strategie, capacità, analisi, prospettive con cui confrontarsi fosse anche solo in alcune fasi di passaggio, ma un passaggio obbligato. Ecco che il design del design allora dovrebbe occuparsi poi di progettare questi momenti limbici, di ridisegnare i confini dell’accoglienza. Se l’Italia deve essere un hotel, per designer, imprese, progettisti, per turisti o avventori di passaggio, deve essere un albergo a cinque stelle. Che offra servizi oltre a cose da vedere.
La terza ragione è legata al fatto che il non avere confini fisici sull’esterno, ne ha tradizionalmente rafforzati internamente: siamo la patria dei localismi, dei presidi regionali, delle eccellenze del territorio, anzi dei territori (Eately docet). A questo si aggiunge che nell’epoca dell’immaterialità, del web che supera i confini e le differenze, dell’aterritorialità, gli stessi strumenti digitali hanno dato un nuovo senso alla geolocalizzazione. Rispetto al design, se l’epicentro della cultura progettuale e produttiva fino a qualche anno fa era Milano – e se non era Milano era qualche non luogo privo di connotati riconoscibili, antropici, o territoriali – è ora in atto un processo di riappropriazione spaziale orgogliosa di denunciare le sue radici. E allora le differenze sono sempre più un valore da difendere e promuovere, al tutti e per tutti di un decennio fa si sostituisce il per ciascuno, la seconda persona singolare: l’“intorno a te” dei motti pubblicitari. Questo fa sì che cambino anche gli interlocutori interni, che si moltiplichino i loro caratteri, le loro esigenze, i loro desideri o i loro potenziali bisogni. Perché ciascuno diventa cliente, utente, fruitore, consumatore, e le combinazioni che ne strutturano gusti, passioni, bisogni, velleità, non sono risolvibili con gli algoritmi triti che hanno funzionato fino a ora. Se ne accorgono gli studenti stranieri che arrivano in Italia e capiscono subito che il tessuto culturale così vario che noi abbiamo ereditato direttamente dai tempi dei sussidiari non è qualcosa che possano bypassare e non è qualcosa che possano studiare. È questa consapevolezza che segna che si è fatto un passo al di qua dal confine. Quel passo che non possiamo evitare in alcun modo, che non possiamo ignorare, e che dobbiamo sforzarci di rendere il più bello, utile e salutare possibile.