Intervista a Vittorio Venezia

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La Design Week 2015 consacra, tra i tanti nuovi talenti, l’allora “giovane” Vittorio Venezia, che nonostante il nome ha radici, base e riferimenti tutti siciliani. Il Design Report che lo premia al Salone Satellite è solo uno dei numerosissimi riconoscimenti che Venezia riesce a conquistare negli anni: dal Martini Bombay Sapphire Collection al Lucky Strike Award, da Promosedia a Cristalplant. Ora che ha superato i 35 anni, quindi ufficialmente fuori dalla categoria “giovane” dei concorsi, si presenta alla Design Week 2016 come “outsider” – dice lui –, con due progetti: uno da Rossana Orlandi, l’altro presso G.Lab in via Pietro Giannone 4, dove porta collezioni fortemente intrise di alcuni temi d’attualità, legati al manifatturiero, all’artigianato, a Internet nei loro legami con politica, economia e territorio.

Chiara Alessi:Vittorio Venezia, enfant prodige del Satellite 2015, quest’anno non più enfant, espone come designer indipendente…
Vittorio Venezia: L’esperienza del Satellite l’anno scorso è stata per me fondamentale perché mi ha accreditato come progettista nel sistema del design. Ho fatto un investimento, anche economico, per sostenere la partecipazione, ma sono stato uno dei fortunati che in parte è riuscito a recuperare le spese con la vittoria del Design Report Award di 7.500 euro. Quest’anno, però, avendo superato la soglia dei 35 anni che è il limite massimo per partecipare al Satellite, arrivo come outsider al Salone del Mobile e per me è un’occasione, come dico io, anche un po’ per “mettermi nei guai”. Utilizzo questo momento dell’anno come opportunità per fare il punto: certi ragionamenti infatti devono essere chiusi e certi lavori devono arrivare a una fine, altrimenti si rischia di progettare all’infinito, perché il gioco delle forme ti porta a dimenticarti del tempo… Perciò sono orgoglioso di presentare questo lavoro su Caltagirone, per due motivi che corrispondono a due persone: la mia compagna di vita e di progetto, Carolina Martinelli, con cui abbiamo cominciato questo che spero sia il primo di una lunga serie di progetti di collaborazione e poi Andrea Branciforti, un progettista che lavora anche come artigiano, che spero tutti possano conoscere perché è veramente una persona fantastica. Ecco, quest’anno anche dal punto degli investimenti ho dovuto fare una scelta: muovendomi autonomamente, ho potuto impegnare maggiori risorse nel progetto anziché nello spazio di rappresentanza, tanto che a poche settimane dal Salone non sapevo neanche dove avrei esposto.

Chiara Alessi: E poi hai anche i costi dello spostamento e dell’alloggio spostandoti da Palermo. Venendo alla tua Sicilia, l’anno scorso è stata il riferimento del progetto che come dicevi ti ha consacrato al Salone, quest’anno è ancora al centro della collezione che presenterai, spostandoti dai lattonieri di Via Calderai ai ceramisti di Caltagirone, giusto?
Vittorio Venezia: Molti non sanno che gran parte delle ceramiche di Caltagirone vengono realizzate fuori dalla città, in un distretto propriamente industriale sorto negli anni Sessanta a 5 km dal centro storico, capace di accogliere le nuove istanze produttive. Questa realtà vive però un cortocircuito: l’area non è infatti raggiunta da mezzi pubblici né è provvista di servizi, pertanto il legame con la città è sempre obbligato. Dentro i capannoni convivono l’anima industriale dei forni e delle presse con quella manuale dei torni e dei maestri tornitori. Questo luogo è diventato la base di un progetto che racconta proprio questa duplicità e questo strappo tra mondo artigianale cittadino e industriale, cercando in qualche modo anche di ricucire la loro distanza. Da questo punto di vista, un po’ tutta l’Italia ha nascosto in realtà dietro il termine “industriale” un mondo fatto di manualità e di artigiani. Presenteremo 20 vasi composti da due metà: un vaso classico fatto con lo stampo, standardizzato, come quello che si può trovare in qualsiasi discount, e un’altra metà che è stata in qualche modo reinventata con una variazione costante (per venti volte l’artigiano, seguito da Andrea, manipola il processo per dar vita a prodotti sempre diversi).

Chiara Alessi: Invece da Rossana Orlandi?
Vittorio Venezia: Lì espongo una serie di lampade prodotte da LUCE5, un’azienda toscana che realizza progetti su misura per spazi architettonici. Una manifattura tecnologica di alto livello, che quest’anno ha realizzato la prima lampada con firma di un designer. Spero che possa essere l’innesto di una collaborazione futura. Le lampade, parte di una serie in tiratura limitata, sono realizzate in tornitura metallica e sfruttano i magneti permanenti per rimanere sospese e leggere. Il progetto era nato per un’installazione dello scorso settembre nell’antica Villa Gaeta nel Pinetum di Moncioni nel Chianti, ma l’azienda ha creduto così tanto nel lavoro da decidere di metterlo in produzione. La prima tiratura sarà esposta e commercializzata nella galleria di Rossana Orlandi.

Chiara Alessi: Questo aspetto dell’industria italiana con una spiccata componente artigianale in verità è proprio una delle caratteristiche distintive del nostro paese, non una grande sorpresa…
Vittorio Venezia: Io sono cresciuto con un’idea d’industria come una struttura molto organizzata anche dal punto di vista gerarchico… Poi mi sono ritrovato a lavorare a Milano in una condizione dove le aziende sono per lo più a conduzione famigliare, le industrie grandi non hanno la forma strutturata che dovrebbero avere per garantirsi una certa qualità, sia dal punto di vista dei rapporti progettuali sia dal punto di vista della gestione dei progetti, aspetto che forse è ancora più importante. E questa artigianalità che sostiene il tutto è a tutti i livelli, sia di produzione sia di conduzione. Molte scelte vengono fatte con la pancia e non con una scientificità che guarda consapevolmente anche al mercato. Questo fa sì che l’industria italiana, sebbene abbia le capacità per sorprendere il mondo – perché è quasi sempre innovativa, sia dal punto di vista formale sia dei contenuti –, spesso non è in grado di portare avanti in maniera organizzata questo piccolo seme leonardesco che c’è in lei.

Chiara Alessi: Dici che dovremmo essere dei Leonardo un po’ più “stevejobbizzati”?
Vittorio Venezia: Più che altro qui ricorre il problema che c’è da sempre. Parliamo sempre troppo di artigiani, manualità, design, gusto, innovazione ecc. Ma la vera questione è politica: Steve Jobs non sarebbe diventato chi era, se strategicamente gli Stati Uniti non avessero scelto di fare dell’elettronica un’industria importante, di cui l’America diventasse leader nel mondo; e per farlo, per esempio, non si è esitato a ridurre l’imposizione fiscale alle aziende.

Chiara Alessi: Ma quest’idea di un’azienda dei servizi come si combina con una produzione manifatturiera di alta qualità artigianale come quella nostra?
Vittorio Venezia: Questa è la chiave: un servizio – per esempio – di vendita anche online che riesca a far emergere le singole qualità del territorio, esportandole però in tutto il mondo. L’oggetto seriale è alla base della nostra economia presente e passata, ma forse la nostra economia futura è fatta di artigiani tecnologici che usano servizi internet per promuovere il loro lavoro.

Chiara Alessi: Quindi questo progetto di quest’anno, che si chiama, scusa non l’hai detto…
Vittorio Venezia: Il progetto si chiama “La rocca dei vasi”: è l’antico nome di Caltagirone, dall’arabo Qal’at al Gharùn.

Chiara Alessi: Ecco, si tratta di una provocazione o è un’immagine simbolica di due mondi che dovrebbero ricomporsi? Come sai, molti progettisti hanno lavorato ultimamente su questo tema…
Vittorio Venezia: L’anno scorso ho provato a mettere una lente di ingrandimento sulla terra da cui vengo. Ho iniziato a pensare di non voler comunicare la forma, ma di usare certe forme anche tradizionali per raccontare spazi e riflessioni. Anche quest’anno con Carolina non volevamo fare un oggetto fine a se stesso, ma da autocommittenti ci siamo prefissati l’obiettivo di raccontare una storia: quella di Caltagirone e della sua trasformazione in atto. Ci sembrava questo un pretesto per mettere in evidenza un luogo che si dà per scontato e che, invece, può essere una fonte inesauribile di novità. Il nostro contemporaneo può ripartire sotto casa: quindi perché non farlo ripartire proprio da Caltagirone?

Chiara Alessi: Però è anche vero che se tu vai a Caltagirone o anche in via Calderai, trovi luoghi molto pittoreschi, fotografici, nostalgici, ma anche tanta paccottiglia… allora come si fa a riconoscere il valore?
Vittorio Venezia: A me non preme tanto individuare il valore, quanto scoprire delle storie, delle tecniche che poi scompongo con una lente d’ingrandimento e ricompongo a mio piacere, a mio gusto, senza voler scimmiottare nessuna iconografia particolare. In un piccolo luogo di una piccola strada c’è gente capace di utilizzare tecniche particolari; io le concentro solo in un progetto che sa raccontare sia la storia di quel luogo sia la mia.