Richard Sapper

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Nel 2010 stavo curando un libro per il quale avevo chiesto l’intervento di Richard Sapper: era il testo critico di introduzione alla mostra “Industrious design” di Odoardo Fioravanti in Triennale. Lo eravamo andati a trovare almeno tre volte prima di prendere il coraggio di chiedergli quello sforzo: Sapper non amava dissertare di design, men che meno scriverne, a maggior ragione nel caso specifico di un giovane che aveva visto tre volte, e per di più per una mostra ospitata in un museo che non gli aveva mai dedicato neanche una stanza di retrospettiva… Ero molto pessimista. Però eravamo riusciti a estorcergli la promessa che lo avrebbe fatto: “tornate tra due settimane”.
Dopo quindici giorni bussammo alla porta di casa sua in Foro Bonaparte a Milano, passammo due ore o più con Dorit, la moglie, e il Maestro e furono momenti così piacevoli, appassionanti e proficui che sembrava un torto sull’uscio chiedergli quel testo che ci aveva promesso: ci aveva già fatto il dono più bello che poteva, il suo tempo. Per fortuna fu lui, prima di salutarci, ad andare a recuperare sulla sua scrivania un foglio, battuto al computer: 5000 battute scritte in un italiano perfetto, con tanto di titolo, firma e un editing affilatissimo. Un po’ per l’emozione, un po’ per la grazia che sentivamo che ci era stata fatta, un po’ per la soggezione della coppia alemanna, non osammo chiedere né allora né mai la versione digitale di quelle battute, che esistono perciò solo su quel foglio, il “pezzo unico” di un designer che si è sempre impegnato a far prodotti con un’utilità per il maggior numero possibile di persone, con una durabilità per il più lungo tempo possibile.

Per questa ragione, quando ci si trova per le mani un libro come questo scritto da Jonathan Olivares, oltre alla nostalgia per quella figura che ci è venuta a mancare e all’invidia per il privilegio di aver immortalato con tanta precisione, cura e tempismo, il suo lavoro straordinario, si prova soprattutto un senso di gratitudine per la fatica e la pazienza che sta dietro al “fare”, di autore e intervistato, in queste 50 ore di conversazione generosamente pubblicate a nostro beneficio.
Non lo nasconde Olivares questo sforzo di sostenere una ricerca durata otto anni e che sicuramente oltre che i viaggi tra Europa e America, deve essergli costata anche una grande e costante pazienza e delicatezza d’approccio. Ma dietro ogni riga si intuisce che più forte di tutto, alla fine, è il piacere e la soddisfazione di chi sa di essere oggetto di un grande privilegio, un vero onore e una lunga preziosissima lezione privata di design data da uno dei maestri più eccezionali che abbiamo avuto.

C’è all’inizio del libro una galleria di immagini, appositamente confezionate da uno dei più bravi fotografi del mondo del design contemporaneo, Ramak Fazel. È un repertorio bellissimo di interni, ritratti, dettagli, famiglia, e case. Chiunque abbia avuto a che fare con le case di Sapper non può non averci visto un’estensione dell’uomo, come se le architetture fossero a loro volta la fotografia del suo carattere, come la gigantesca corazza di Zanuso che sovrasta come un carapace un interno luminoso chiuso alla vista, aperto sul lago, o il disordinato eclettismo con cui si mescolano tra muri, scrivanie e scaffali, oggetti d’uso con memorabilia dei ricordi, affetti con funzioni, riferimenti con curiosità, o ancora, come la bara di legno in cui se ne è andato pochi mesi fa nella Chiesa luterana di via De Marchi, e che sembrava essere stata disegnata proprio dal maestro di design. L’unica persona esterna alla famiglia a comparire in questa galleria di immagini, quasi all’inizio, è lo stesso Olivares e questa scelta inizialmente distrae un po’ dall’intento del libro, che invece si scoprirà nelle pagine a venire, non ha niente a che fare con la messa in scena narcisistica del punto di vista del suo autore, che fa egregiamente e molto onestamente la funzione di intermediario, di traduttore e di curioso stimolatore, sul retro delle pagine. In realtà, nessuno qui si preoccupa di farci una “bella figura”, né Olivares, che esordisce annotando un paio di sue domande inopportune, né tantomeno Sapper, che fa luce senza malizia sull’umanità strampalata di un mondo con pretese sofisticate, ma che spesso ha costruito le sue premesse su empirismo, casualità, amicizie, avventure, problemi di tutti i giorni.

Jonathan Olivares non è un autore e non fa finta di esserlo, anche se in alcuni casi usa delle strategie tipicamente giornalistiche come quella, dichiarata, di cominciare sempre le domande da persone o oggetti concreti, anziché da astrazioni concettuali “perché ho capito che funzionava meglio così”. Non è un testo d’autore, dicevamo, ma la traduzione scritta di una “storia orale”, come recita il titolo del capitolo più importante, e il libro si porta dentro in queste pagine tutta la difficoltà di essere la ricostruzione complessa di una conversazione avvenuta in un lungo arco di tempo. Eppure, nulla toglie a questa storia la sua centralità in un’opera che, senza quelle 25.000 parole sbobinate, sarebbe stata poco più che un visivamente gradevole atlante ragionato del lavoro di Sapper, come quello che avrebbe potuto produrre una intelligente redazione di una qualunque casa editrice specializzata.
Olivares è un designer e probabilmente non c’era professionista più adatto a pungolare un altro designer. Innanzitutto, benché Sapper sia stato uno dei progettisti più attenti alle persone, e benché come bene si legge nel libro ogni suo oggetto abbia un’aneddotica affascinante e più di una spiegazione speciale, non si è mai premurato troppo di raccontarlo in giro, né di insegnarlo o di usarlo come strategia, oggi imperante, di comunicazione. Invece è partendo da dettagli o domande specifiche su alcuni aspetti di funzione, che solo un designer specializzato può conoscere, che questo testo apre a dei racconti più che godibili anche per un pubblico che non sappia niente di tecniche di stampaggio, di materiali, finiture e meccanismi funzionali. Quindi il libro di Phaidon è prima di tutto uno straordinario manuale di industrial design. Ma è anche molte altre cose.
Intanto c’è la biografia, che anche molti appassionati trascurano o riconoscono solo superficialmente nella formazione di filosofo del maestro tedesco, e che invece vede una fusione tra antiche origini, luoghi mitici, famiglia, gioco, affari e lavoro che poi si ritrova sapientemente mescolata nella cronologia iconografica della seconda parte. Ci sono tantissimi episodi curiosi, dalle avventure del nonno col caffè in Guatemala allo zio tutore, al padre pittore. Oppure quello della “galeotta” segretaria de La Rinascente, dove Sapper lavorò per un certo tempo e che, a suo dire essendo innamorata di lui, fece provvidenzialmente il suo nome a Tullio Bolletta di Lorenz che era in cerca di un designer che lo aiutasse a vincere un Compasso d’oro… O del suo insospettabile amico Ettore Sottsass, che lo raccomandò ad Alberto Alessi che in verità era in cerca di un designer per un servizio di posate, che Sapper non firmò mai… e ancora, di Gismondi e delle sue serrate relazioni più o meno educate con gli uffici sviluppo delle aziende. Una sorta di romanzo del design. E, poi il trattato di design, in cui c’è tutto Sapper: raccontare un computer portatile partendo da un teddy bear, teorizzare in maniera adamantina epigrammatica che cosa sia la bellezza, ricostruire un’antropologia dei bisogni umani mentre si beve un bicchiere di Punt e Mes.
Se questo non bastasse, infine, il libro sia nella parte di testo che nella ricostruzione cronologica dell’opera del maestro in conclusione, è una storia del design industriale e una promessa di immortalità per questa che, forse mai come nel caso di Richard Sapper, si merita il titolo di disciplina.
Se è vero che i libri si dividono in libri che si devono scrivere e dei libri che si devono leggere, possiamo dire che questo che aveva tutte le caratteristiche per appartenere alla prima categoria, invece ricade a pieno titolo nella seconda. Ecco, nonostante le dimensioni, le meravigliosi immagini e il prezzo scoraggino una “riduzione” del genere, questo libro prima ancora che da sfogliare è un libro da leggere. Anzi, da studiare.